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Eravamo quattro amici al bar

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Eravamo quattro amici al bar

Ieri ho incontrato un amico e siamo andati a prendere un caffè al bar, il nostro bar. Avrei voluto fermarmi un po’ con me stesso e trovare il filo dei pensieri, ordinarli, vedere se qualcuno avesse risposto alla precedente sollecitazione proposta sottoforma di domanda: – È maggiore la paura di sbagliare o resistiamo al cambiamento? Niente di tutto questo! Quando si sta tra amici il tempo vola, passa velocemente e butti via tutti i tuoi impegni o i “riempi” tempo che ti sei creato e sei lì pienamente, profondamente in ascolto dell’altro e pronto ad aprirti, a metterti in gioco, senza difese, in una relazione, che ha radici profonde come un grosso albero, e che vi piace, sia a te che al tuo amico, immaginare come una relazione di amicizia sempreverde. Parlando di noi, delle nostre scelte, delle rispettive famiglie, dei figli, dei nipoti, del lavoro, degli impegni professionali, delle passioni giovanili o di ciò che resta nella memoria di quel tempo … Mi prende per un braccio, lo agita, e mi fa: – Ricordi “Eravamo quattro amici al bar”? Gino Paoli? – Non mi da il tempo di rispondere e aggiunge: – Poi tre, poi due, poi uno solo … E quando resta uno solo, vede entrare nel bar quattro ragazzini che, tra una coca cola ed un caffè, parlano di cambiare il mondo … Ricordi questa canzone? A questa canzone ho pensato immediatamente dopo averti letto per due volte su TN Tempi Nuovi. Dai, voglio che tu scriva qualcosa. Parlo a ruota libera o mi fai le domande? – Sto per rispondere che può fare come meglio crede, come più gli piace, ma si mette con le braccia conserte, come quando simulavamo le interrogazioni a scuola, io facevo le domande e lui rispondeva, poi invertivamo ed ero io a rispondere alle domande su un’altra materia, così ripetevamo le lezioni. A braccia conserte significava e, immagino, significhi una ed una sola cosa: fammi le domande, così rispondo.

D – Allora, che mi dici del primo trafiletto, quello uscito subito dopo la serata del Premio Strega al Teatro Romano?

R – Mi sembra che credi nella possibilità di risposte collettive, comunitarie. Se ci sono problemi nella città, nei territori, vorresti mettere in moto e in gioco tutte le forze attive ed aperte al dialogo per la risoluzione dei problemi delle persone, della tua gente, della nostra gente. È lì, in quel momento, che ho pensato alla canzone di Paoli! Agli ideali giovanili, alla condivisione di sogni comuni, all’Utopia possibile e sempre rinnovata se si lascia il testimone, al tempo opportuno, ai giovani …

D – Nel primo trafiletto di aperture e chiusure all’altro, mi stai dicendo che intravedi il patto generazionale, solo accennato nel secondo trafiletto sul reddito di fratellanza?

R – Sì, è così. Immaginiamo che realmente il post Covid-19 ci spinga ad agire, buttando via ciò che non serve alla ricerca dei beni comuni, promuovendo cultura di fraternità, dialoghi con tutti, quindi anche dialoghi intergenerazionali, ma se ciascuno è rimasto solo nel “suo” bar e, come in una staffetta, non molla il testimone e lo tiene per se … Non c’è ricambio generazionale! Anzi, aggiungo, non mi interessa sapere se è maggiore la paura di sbagliare o la resistenza al cambiamento, mi preme che i canali otturati si mettano da parte.

D – Canali otturati?

R – Se immaginiamo che ciascuno di noi è fatto in dono per l’altro e viceversa, è chiaro che un aspetto non secondario della nostra esistenza sia essere canale di amore, di fratellanza, di pace, di libertà, di dialoghi e di passaggio delle consegne alle generazioni future. Se il canale è troppo pieno di sé e non è vuoto, non passa nulla. Se tu non stessi qui ad ascoltarmi, non potrei parlarti e tu non mi ascolteresti. Se il canale è vuoto, ciò è possibile. Ora, ascoltami bene, chi ha paura di agire per non sbagliare normalmente è una persona che vede il bicchiere mezzo vuoto, che è qualcosa di ben diverso dall’essere pessimista, è qualcosa di più dilaniante e depressivo, è una caratteristica del canale che si è riempito. Chi ha paura di osare teme il cambiamento, perché “si è fatto sempre così” e il canale è pieno, non passa nulla. Ora, né l’uno, né l’altro, assolutamente in buona fede, possono immaginare il futuro e se non lo immaginano, non possono costruirlo; gli unici a vedere sono i giovani … Verrebbe da dire di concentrarsi su questi quattro ragazzini che, tra una coca cola ed un caffè, parlano di cambiare il mondo. Lasciamoglielo fare! Mettiamoci da parte e sosteniamoli.

D –- Cos’è questo reddito di fratellanza?

R – Non lo so, ma continueremo a parlarne. Più che reddito, parlerei di patrimonio di fratellanza. Se l’operazione pulizia richiede di lasciare in piedi ciò che costruisce una società migliore, più attenta agli ultimi, senza periferie, più ecologica, più umana, bisogna attingere al patrimonio culturale esistente e coniugarlo con la vision che solo le nuove generazioni possono avere.

E’ ora di cena. Ci lasciamo con l’impegno di ritrovarci per costruire qualcosa insieme. Ci salutiamo, avviandoci ognuno alla propria auto. Mentre mi avvio, non posso non riascoltare il brano musicale da cui ha preso spunto questa conversazione a due. Alla prossima.

Filippo Pagliarulo

sito promosso dall'Ufficio Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Benevento per favorire il dialogo e il confronto tra componenti sociali e realtà ecclesiali presenti sul territorio, per far emergere notizie buone e vere che contribuiscano all'edificazione del Regno di Dio.

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