Una gentile lettrice ci scrive: “Le mie finestre danno sulla scuola elementare. Ho sentito emozione;
tanti bambini accompagnati entravano a scaglioni . Addirittura, avevano messo
della musica. Forse è di attualità questo tanto atteso rientro a scuola. Forse,
mai come quest’anno, tutti gli scolari e studenti non hanno visto l’ora di
rientrare a scuola …”
La prima impressione che abbiamo avuto in redazione,
immediatamente condivisa tra di noi, è che la lettrice è riuscita in poche
righe a trasmetterci tutta la sua emozione. Ci è sembrato di cogliere l’amore,
la vicinanza di una mamma o, se preferite, di una sorella maggiore che si
lascia sorprendere dalle immagini che vede dalle finestre di casa sua: scolari
e studenti, la musica, l’entrata a scaglioni e il “desiderio” di scolari e
studenti di rientrare a scuola. Per noi, questa è un’esperienza di fraternità!
Siamo nella dinamica del dare, del dono, e ci sembra di poter annoverare questa
emozione vissuta, comunicata e condivisa, come espressione concreta di
fraternità, perché espressione di empatica vicinanza.
Verrebbe da proporre uno slogan, se non fosse così
desueto rispetto agli hashtag,
ri-scopriamoci cittadini per prenderci la città.
Un assiduo lettore condivide questa emozione: “L’aver saputo che un mio carissimo amico, a
breve, perderà il lavoro, mi rattrista. Anzi, per dirla tutta, l’emozione
prevalente è la rabbia. La rabbia per la perdita del lavoro, la rabbia perché è
sempre più difficile ritrovare il lavoro nell’Italia meridionale, la rabbia perché
dopo i cinquantacinque anni non è facile il reinserimento nel mondo del lavoro…”
La fraternità è concreta, non è ideologica, ma è
costruita e costituita da fatti: dare del nostro, beni materiali e beni
spirituali, ma anche accoglienza, misericordia, perdono, con larghezza e senza
misurare. La fraternità è fatta anche di vicinanza, di emozioni, di passioni; è
una cartina al tornasole di una società di desideri e non di bisogni, basata
sul dono e non sull’avere. Lo stralcio della lunga lettera del nostro lettore
ci presenta una emozione forte come la rabbia, che è un’emozione primordiale.
L’istinto, anche il nostro in redazione, ci dice che il lettore “vive” questa
situazione lavorativa come fatta a sé. Lui “perderà” il posto di lavoro, lui
dovrà, a cinquantacinque anni e passa, provare a rimettersi in gioco, a
riconvertirsi, a ri-trovare il senso delle sue scelte. Se da un lato può
emergere la vicinanza grezza e viscerale al suo amico, che potremmo definire
come prossimo, come fratello, per utilizzare uno slang più consono al giornale sul quale scriviamo, dall’altro c’è
la resa incondizionata di chi ci scrive. In un primo momento, timidamente
ammette che è rattristato, successivamente, si consegna e confessa la sua
rabbia. E’ un bel passo! E’ una emozione forte condivisa con grande passione,
ma è anche consegnarsi nudo ai lettori, pochi o tanti che siano. Queste le
ragioni dell’inclusione in questa rubrica, che raccoglie esperienze di
fraternità vissuta. Se il dolore dell’altro è mio e la sua ferita è la mia ferita,
questa è fraternità.
Queste le ragioni del perché abbiamo sentito l’urgenza
di inserire gli stralci di queste due lettere nella rubrica ColoriAmo la città. La rubrica nasce
dall’esigenza di voler diffondere le esperienze di fraternità vissuta, poi, per
offrire uno spazio per dar voce ad “altro” rispetto alla cronaca nera e alla
cronaca rosa, e, non ci stancheremo mai di ripeterlo, presentare un volto nuovo
della nostra città: fatto di gratuità, di dono, di condivisione. Abbiamo colto
l’occasione per mettere in luce alcuni aspetti che emergono dai brevi
contributi ricevuti, quasi a voler sottolineare che anche questa è fraternità e
non solo la comunione dei beni materiali. Concludiamo ringraziando tutti i
nostri lettori e, soprattutto, i due che hanno donato il loro personale
contributo alla nuova rubrica.
Filippo Pagliarulo
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