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I guardiani della foresta, quando l’apparentemente “incivile” assicura la vita del pianeta

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I guardiani della foresta, quando l’apparentemente “incivile” assicura la vita del pianeta

Oggi pensare alla risorsa foresta divide sempre più il mondo in due fazioni. La prima raggruppa operatori economici e/o portatori di interessi che (direttamente od indirettamente) vi lavorano, traendo profitti senza scrupolo alcuno. Sostanzialmente queste persone dispongono di consistenti investimenti iniziali che fanno imboccare loro la strada maestra verso l’ascesa economica, come dire “l’argent appelle l’argent”, ossia il denaro produce altro denaro.

Lontano dall’etica sui beni comuni, spesso anche la foresta viene sottoposta a questa dinamica di sfruttamento, dove coloro i quali possiedono o controllano le risorse in capitale aumentano il proprio tasso di guadagno e non sempre, anzi quasi mai, in condivisione con le comunità locali. Mentre la seconda fazione è caratterizzata da intere comunità di persone, locali, native che, solitamente, osserva e constata, spesso impotente rispetto all’operato dei soggetti capitalisti. Il secondo gruppo è anche moltitudine, considerando il ruolo della foresta sulla vita di tutti gli abitanti del pianeta. La variegata composizione della moltitudine è composta da chi è meno informata, ma anche da chi è consapevole però assiste a distanza alla trasformazione, seppur attenta a ciò che rappresentano i “beni comuni”.

Ovviamente parte delle persone raggruppate nella seconda fazione non si ferma alla sola constatazione della mercificazione delle risorse forestali ma, a volte, si stupisce, s’indigna, subendo apparentemente senza conseguenze dirette. A pagarne il prezzo diretto sono le comunità locali, i cosiddetti nativi delle foreste, consegnati alla morte certa. Tuttavia, trattandosi della risorsa forestale, ritenuta polmone verde e garante della sopravvivenza del pianeta, la perdita riguarda tutti. Infatti, le comunità indigene sono le uniche realtà grazie alle quali le foreste sono conservate e tutelate come è necessario. Il focus va centrato proprio su queste comunità: i custodi delle foreste.

Servivano l’allarme cambiamenti climatici, il surriscaldamento del pianeta, l’incendio dell’Amazzonia per muovere sia la moltitudine che il vertice politico, ma in tutto ciò il potere economico (che a volte si confonde a quello politico a capo degli stessi soggetti) resta immobile ed imperturbato. E mentre tutti gli sguardi sono girati verso l’Amazzonia, da anni il secondo polmone verde del pianeta, la foresta fluviale del bacino del Congo o foresta Equatoriale, subisce i peggiori soprusi: prospezioni minerarie e petrolifere, deforestazione per il legno e l’agricoltura, uso dalle sabbie bituminose per estrazioni di petrolio, bracconaggio. Solo dopo l’incendio dell’Amazzonia si è cominciato a parlare dai più della foresta Equatoriale. Geograficamente si colloca in 7 paesi africani: la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Popolare del Congo, il Gabon, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Guinea Equatoriale e la piccolissima enclave di Cabinda in Angola. Una foresta che copre più di 1.725.000 km2 e rappresenta il 26% delle foreste mondiali, seconda in dimensioni solamente all’Amazzonia. Ma chi sono i guardiani di queste foreste e che cosa possiamo fare?

Oltre a serbare invitanti risorse, sia l’Amazzonia (che immagazzina tra i 150 e i 200 miliardi di tonnellate di CO2) che la foresta del bacino del Congo (che, a sua volta, immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2) sono dimora delle popolazioni native che da secoli vi risiedono. Comunemente chiamati indigeni per via del loro stile di vita direttamente legata alla foresta, questi uomini, donne e bambini hanno da sempre custodito la loro casa e cresciuti assieme ad essa. Da anni queste comunità di biodiversità umana lottano per la tutela della loro casa e per le loro stesse vite messe in pericolo dallo sfruttamento indiscriminato della foresta e delle sue risorse. In realtà la loro lotta è anche a favore della moltitudine mondiale, che ne trae beneficio, in quanto polmone verde, disponibile per tutti. Ecco perché nel loro essere indigeni sono davvero i custodi della vita dell’umanità sul pianeta. Tra questi vi sono i circa cinquanta mila individui della tribù dei Guaranì in Amazzonia brasiliana al mezzo milione dei gruppi etnici dei Pigmei delle foreste pluviali del bacino del Congo: i Twa, gli Aka, i Baka e gli Mbuti distribuiti tra la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, il Camerun, … tutte comunità che danno un posto centrale alla sacralità della foresta, dove vivono tradizionalmente di caccia, raccolta e piccola agricoltura. Comunità che non sono mai entrate come priorità nell’agenda politica internazionale. Del 45º vertice del G7 svoltosi in Francia (a Biarritz dal 24 al 26 agosto 2019) restano impresse le vicendevoli accuse tra Emmanuel Macron e Jair Bolsonaro (rispettivamente presidente della Francia e del Brasile) ma nessuna direttiva di tutela ufficiale sulla vita in pericolo dei custodi delle foreste. Questo dimostra che siano le autorità politiche che gli operatori economici persistono nella stessa direzione di sempre. La gravità della crisi climatica e sociale, il collasso degli ecosistemi, la distruzione della biodiversità, le migrazioni[1] per variegati motivi, l’aumento delle disuguaglianze sociali ci impongono un cambio di rotta nel nostro modo di pensare, di agire ma soprattutto di partecipare alla gestione comune delle risorse. Tutti dobbiamo tornare a essere attivisti con argomenti forti e costruttivi. La pressione basata sul voto non basta più come lo ha mostrato Carole Cadwalladr[2] (scrittrice britannica e giornalista investigativa) in quanto ormai influenzabili anche dai social media.  

Osservato il fallimento testardo del mondo politico-economico, l’attivismo della moltitudine deve guardare con interesse al Sinodo convocato da Papa Francesco, dal 6 al 27 ottobre prossimi, dal significativo titolo Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale. Dare centralità ai diritti dei guardiani delle foreste (possibilmente anche a quelli del bacino del Congo ed a tanti altri), al riconoscimento del loro ruolo e cultura e alla loro spiritualità è, secondo noi, una priorità. L’assemblea convocata dal Papa è una grande occasione da cui partire impegnandosi tutti per la messa in pratica di quello che ne uscirà.

Anselme Bakudila

Riferimento immagini: global.mongabay.com/ithttps://specialmentediversi.wordpress.com/2017/03/06/la-lotta-per-la-sopravvivenza-dei-pigmei/


[1] [1] https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/29461

[2] https://www.agi.it/estero/perche_facebook_minaccia_la_democrazia-5367741/news/2019-04-21/?fbclid=IwAR1-uWPtISL0riBjt83JIcvPdCGP_1UoPYjxSwUxty_6Mue3vKBGSAnZW8M

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