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Tempi Nuovi

Il libro: tempo senza tempo

Le arti luogo d'incontro

Il libro: tempo senza tempo

 

in dialogo con mons. Mario Iadanza

a cura di Antonella Fusco

 

Il libro: la parola e il tempo. La parola che ferma il tempo per creare un nuovo tempo: quello interiore che si apre verso l’altro. Come direttore della Biblioteca Arcivescovile “Francesco Pacca” di Benevento ci illustri questa bellezza.

“Quando ci chiederanno cosa facciamo, dobbiamo rispondere: Noi ricordiamo” (Ray Bradbury).

La definizione della biblioteca come “palazzo della memoria”, icasticamente nobilita il motivo classico dell’arte della memoria e risale ad Agostino. Il vescovo di Ippona dedica la prima metà del Libro X delle Confessioni ad una sublime riflessione sulla memoria, intesa sia come deposito che come rielaborazione di ricordi: definita ora come “forziere” (X, 8, 14: thesaurus memoriae), ora come distesa di “praterie” (X, 8, 12: campi memoriae), ora appunto “immenso palazzo” (X, 8, 14: lata praetoria memoriae; in aula ingenti memoriae meae).

Luogo intimo, quello della memoria, infinito e misterioso, in cui il pensiero può perdersi ma anche ritrovarsi, e scoprire risposte alle domande che lo assillano.

Ma Socrate (IV sec. a.C.) aveva predicato la diffidenza nei confronti della parola scritta, ritenuta artificiosa con le sue risposte chiuse e debole rispetto all’esperienza autentica del discorso vivo.

A questo proposito nel Fedro di Platone (274-276) Socrate racconta che il dio egiziano Theuth (Toth), essendo l’inventore, gli raccomandava la scrittura: “Questa conoscenza renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato ritrovato il ʿfarmacoʾ della memoria e della sapienza”. Il re egiziano Thamus avrebbe replicato che la scrittura procura l’oblio a causa del mancato esercizio della memoria, perché confidando nella scrittura noi ricordiamo a partire dall’esterno e non dall’interno di noi stessi e da noi stessi. Di qui la conclusione di Socrate: “Questo, in verità, Fedro, ha di terribile la scrittura”. Eppure, come affermava il gesuita Matteo Ricci: “Coloro che vivranno fra cento generazioni non sono ancora nati, e io non so dirti che tipo di persone saranno. Grazie all’esistenza della cultura scritta, però, anche quelli che verranno al mondo fra diecimila generazioni saranno in grado di penetrare nella mia mente come se fossero miei contemporanei. E così, anche gli spettabili personaggi che vissero cento generazioni or sono, son scomparsi: eppure, grazie ai libri, che essi hanno lasciato, noi che veniamo tanto più tardi possiamo udire il tono dei loro discorsi, vedere i loro comportamenti, capire il buon ordinamento e insieme il caos dei tempi in cui essi vissero, precisamente come se stessimo vivendo fra di loro”.

Noi abbiamo bisogno di fare pace con il tempo, e la parola, carica di storia, tradizione, paternità, garantisce il primato e la rivincita del tempo.

Per questo un antico epigramma inciso sulla tomba di un poeta pagano recitava: “Viandante, sai che il poeta vive dopo la sua morte? /Guarda: tu leggi e io parlo; sì la tua voce è la mia”.

 

sito promosso dall'Ufficio Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Benevento per favorire il dialogo e il confronto tra componenti sociali e realtà ecclesiali presenti sul territorio, per far emergere notizie buone e vere che contribuiscano all'edificazione del Regno di Dio.

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