Rubrica a cura di Roberto Costanzo…
Nell’Ottocento Mazzini, Garibaldi e Cavour; nel Novecento Spinelli e De Gasperi.
Vi sono somiglianze e differenze
fra i due momenti storici ma anche tra le due strategie e traguardi del
processo di unità italiana della seconda metà dell’Ottocento e quello
dell’unità europea della seconda metà del Novecento.
Differenti condizioni di
partenza, differenti strumenti e modi di procedere, differenti traguardi. Tuttavia
vi sono anche notevoli somiglianze.
Mazzini e Garibaldi si muovevano
con iniziative volte a sensibilizzare e coinvolgere le persone anche con
scontri armati; Cavour invece si comportava non da movimentista ma da statista,
con manovre e contratti politici, a volte spregiudicati, più da piemontese che
da italiano.
Altiero Spinelli che, nel 1941,
lanciò il famoso Manifesto di Ventotene per l’unità europea e Alcide De Gasperi
che, nel 1951, fu uno dei fondatori della prima comunità europea, quella del
carbone e dell’acciaio, erano sostenitori di due diversi modi di procedere
lungo la strada della costruzione europea, tuttavia convergenti nel tentativo
di trasformare il sogno europeo in un fattibile percorso federativo. Non
proprio allo stesso modo era avvenuto un secolo prima tra Garibaldi, Mazzini e
Cavour nel processo di aggregazione dei preesistenti Stati italiani al Regno
sabaudo.
Nell’Ottocento con le guerre del
Risorgimento, nel Novecento con le pacifiche integrazioni fra Stati democratici
europei: allora con il metodo dell’annessione, oggi con il metodo
dell’adesione, tuttavia in ambedue i progetti si mirava ad abbattere distanze e
divisioni economiche, sociali e politiche. Soprattutto per creare condizioni di
pacifica convivenza.
Euroscettici e neoborbonici diffidano alla pari dell’unità europea e dell’unità d’Italia.
Gli euroscettici non sono nemici
dell’Europa ma semplicemente increduli che si possa mettere insieme i popoli e
gli Stati del vecchio continente, insoddisfatti di come e di quanto è stato
fatto in settant’anni di processo di integrazione. Pensano che sarebbe stato
meglio fermarsi a intese mercantili e generici accordi politici tra le diverse
nazioni europee, piuttosto che accettare regolamenti e direttive che impongono
comuni comportamenti restrittivi e punitivi. La moneta unica europea, secondo
loro, ha fagocitato la bella lira italiana, imponendoci limiti e sacrifici
finanziari.
I neoborbonici non sono
totalmente antitaliani, ma semplicemente nostalgici del Regno delle due
Sicilie, convinti che il Mezzogiorno abbia subito l’unità imposta dai sabaudi
piemontesi. La vera unità d’Italia sarebbe dovuta partire dal Regno borbonico
che era lo Stato italiano più grande.
Lo scrittore Carmine Pinto,
autore del recente volume La guerra per il Mezzogiorno sostiene che il
Risorgimento si trattò di “uno scontro tra il nazionalismo italiano e il
patriottismo borbonico”.
Non è difficile vedere che tra
euroscettici e neoborbonici vi sono più somiglianze che differenze, ma ambedue
dovrebbero tener presente che l’unità europea ha garantito settant’anni di
pace. Mai un periodo di pace così lungo si era verificato nei millenni passati.
E va tenuto presente che tutti i precedenti tentativi di aggregare l’Europa –
da Giulio Cesare, a Carlo Magno, a Napoleone, fino a Hitler – hanno provocato
sempre guerre sanguinose. Non fosse per questo, per l’attuale modo pacifico,
anche se tortuoso, di costruire l’unione europea, per la incontestabile
condizione di pace che essa sta garantendo, che dobbiamo sentirci invogliati ad
andare a votare il prossimo 26 maggio.
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