Si può essere
indifferenti ai dolori e alle sofferenze di chi ci vive accanto.
Si può ignorare
l’esistenza di chi allunga la mano in cerca di pochi spiccioli, al semaforo,
per strada, fuori dai luoghi di culto, agli ingressi delle chiese come
all’ingresso del cimitero e degli ospedali.
Si può guardare
altrove, evitando lo sguardo di chi è seminudo d’inverno, malfamato sempre,
sporco, piagato, scalzo, solo, anche prima della pandemia da Covid.
Si può fare una
inversione ad U, dinanzi a un gesto di violenza, ma si può anche fare di più:
un video e postarlo come segno evidente del proprio coraggio, oltre che delle
innate qualità artistiche e delle acquisite competenze sociali e di
intelligenza emotiva.
Si può, certo che si
può, ma anche no.
Basta scegliere di
non essere indifferenti agli altri, ai loro bisogni, alle loro ferite; di non
ignorarli, di guardarli sempre negli occhi, di essere coraggiosi anche quando
la paura ci sorprende, di andare oltre l’ostacolo.
Questi semplici
gesti di vicinanza sociale, prodromi di fraternità vissuta, fanno un gran bene
a tutti. A chi riceve le attenzioni, a chi si sente riconosciuto nella sua
esistenza, perché qualcuno lo ha guardato, non è andato oltre, non lo ha
ignorato, ma lo ha visto e si è fermato!
Ha “perso “ tempo con lui. Solo a lui ha fatto bene? No, anche a chi ha
visto sciogliersi il proprio egoismo, riempire la propria e l’altrui
solitudine, dare forza e radici alle proprie azioni, edificare un presente
nuovo, vivibile, umanissimo e sacro.
Non si tratta di
dare rassegnazione a chi è infelice promettendogli una futura ricompensa,
magari di là, dopo questa magra esistenza terrena, ma di costruire insieme il
presente, di iniziare ad immaginare un presente diverso, qualcosa che è già
qui, prima ancora di essere compiutamente di là. Un presente in cui le
relazioni umane sono risanate da dentro, anzi da sotto, dalle radici comuni che
abbiamo.
In questa rubrica ColoriAmo
la città raccogliamo le vostre esperienze e, in questa circostanza, ne
abbiamo ricevute diverse. Alcune le abbiamo raggruppate, perché ci sono state
inviate come vissuto fraterno e Vita
della frase “Beati quelli che sono
nel pianto, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Le storie sono vere, ma i
nomi sono di fantasia o semplicemente omessi.
F – Ho saputo che A. è in terapia intensiva per il
Covid. La sua situazione è molto particolare e difficile. In famiglia è un
adulto di riferimento importante, tenuto anche conto della fragilità emotiva
del coniuge e, soprattutto, dei gravi problemi psicologici del figlio. La sua
assenza fisica, in questo momento, ha ripercussioni su di lui, che si sente
solo e avverte il peso dell’impotenza, perché non può garantire il proprio
sostegno ai propri cari, e sul nucleo familiare fragile, che non ha un grado
sufficiente di indipendenza.
L’ho telefonato subito! Ho assicurato la mia
vicinanza, le preghiere per lui e per i suoi cari. La distanza e l’isolamento
non consentono altre forme di aiuto concreto, ma è stato possibile mettere in moto
il parroco, un gruppo di amici, la famiglia. Possiamo pregare per lui e per la
sua famiglia.
G – Mi ha telefonato T. per dirmi che è positivo al
Covid. In isolamento, ma a casa. Il coniuge è positivo. I figli sono in attesa
degli esiti dei temponi. Situazione difficile, urticante. Unica richiesta:
poter condividere con un “familiare” lo stress di questo momento! Alla proposta
di poter fare spesa, lavare il bucato … mettere tutto nell’ascensore, c’è stato
il netto rifiuto. Il bisogno è solo di parlare, di condividere, di vivere in
comunione questa esperienza. Non se ne può più di gruppi WhatsApp, dei contatti
Facebook, Twitter, e dei più professionali “amici” LinkedIn … – Avevo bisogno
di telefonare a un “familiare” – Affidare subito lui e la sua famiglia al Padre
comune che abbiamo, dirlo al parroco, prendere messa per i nostri “familiari”,
e coinvolgere in questa azione orante un gruppo di comuni amici.
D – Che dire? Talvolta si può e si deve solo ascoltare!
Il pianto può non essere di lacrime, ma un grido di disperazione, di
frustrazione, di dolore. Un grido che chiede Giustizia! L’ennesimo sopruso del
datore di lavoro, la consueta angheria, la responsabilità di una famiglia da
mantenere, la richiesta di poter dare sfogo alla propria rabbia. Così un giovane
adulto riesce a condividere il proprio “pianto” con suo padre, che ascolta,
ascolta e ascolta. Fa talmente il vuoto, che il figlio dopo aver prosciugato
tutte le lacrime, prende una decisione, la decisione per sé e, dopo averla
condivisa con la moglie, la decisione per la famiglia. Il padre condivide
questa comunione con la moglie e insieme pregano. Poi, avvisa un gruppo di
amici, così possano pregare per questa giovane coppia e aprire gli occhi e le
orecchie per cogliere poche e nuove opportunità lavorative.
Un grazie speciale
ai nostri lettori e un grazie particolare a chi ha scritto per condividere
queste pillole di fraternità nella nostra città.
Al prossimo
appuntamento.
Filippo Pagliarulo
You must be logged in to post a comment Login