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Per lo sviluppo locale serve una conoscenza competente

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Per lo sviluppo locale serve una conoscenza competente

Venerdì 7 dicembre si è tenuto il secondo incontro di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento in collaborazione con il Centro di Cultura “R. Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il tema affrontato è stato “Fedeli al territorio: la centralità dei luoghi”.

“In continuità con una delle nostre principali linee di riflessione – ha introdotto Ettore Rossi Direttore diocesano dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro – vogliamo richiamare l’attenzione su una delle fondamentali leve per generare sviluppo locale e cioè i nostri luoghi, intesi come patrimonio di saperi, esperienze, tradizioni culturali e produttive, risorse paesaggistiche e architettoniche, beni enogastronomici. E’ questo complesso di valori ed asset che possono indicare alle nostre comunità i nuovi sentieri di sviluppo su cui incamminarsi pere rendere più felice la vita delle persone”.

“Bisogna avere aspirazioni alte e pazienti: il mondo non può cambiare in un giorno, specialmente se i cambiamenti da realizzare sono sostanziosi”. Il messaggio lanciato da Domenico Cersosimo, ordinario di Economia Applicata presso l’università della Calabria in occasione del suo intervento al Cives è speranzoso, ma, dice, sarà figlio dell’impegno dei vari attori locali ed istituzionali, di un’inversione di rotta nella governance istituzionale, del rafforzamento delle competenze locali, dello sforzo di riunificare le diverse conoscenze disperse e frammentarie. Occorre in primis essere consapevoli che il Novecento, con la sua prevedibilità, la sua razionalità sinottica, le sue certezze è stato ormai soppiantato dal mondo globalizzato, per natura instabile, turbolento, sicuramente affascinante, ma privo completamente delle certezze su cui si fondava lo scorso secolo. Da circa trent’anni siamo immersi nelle incertezze: gli “shock esogeni”, i comportamenti degli altri finiscono con l’influenzare indirettamente la vita e le scelte altrui. Tutto è più fugace: il “capitalismo frammentato” colpisce le persone, i prodotti, la moda e le mode: un prodotto, una volta era progettato e prodotto nella stessa azienda, nello stesso luogo; oggi si assiste ad una delocalizzazione dei processi produttivi, alla delocalizzazione delle singole fasi di lavorazione, che possono essere geograficamente distribuite su luoghi anche molto distanti gli uni dagli altri. Serve capacità di fare rete e a nulla serviranno i vecchi rimedi anti-ciclici, il ricorso alla forza spontanea del mercato, il ritorno allo Stato regolatore-innovatore o a leggi finanziarie, cangianti ad horas, per ricostituire lo status quo del secolo scorso in materia di economia, per connettere nuovamente l’economia alla vita reale. Oggi in economia contano i flussi e le connessioni, non più la prossimità e tuttavia pare ancora possibile ricostituire le economie locali e valorizzare i territori nelle proprie tipicità. Abilità e stratificazioni imprenditoriali possono nutrire l’economia di alcuni luoghi, diversificandoli da altri. Ma non tutti i territori sono luoghi: i secondi condividono non solo la localizzazione geografica o le risorse fisiche; sono in realtà comunità di valore, di reti, di capitale sociale. Lo sviluppo economico di un luogo si fonda sull’ ”atmosfera industriale” che si respira nella comunità di appartenenza, sulla conoscenza tacita che si tramanda di padre in figlio e che rende ciascun luogo diverso e riconoscibile rispetto ad un altro per la tendenziale unicità. “Dietro ad ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo […] ci sono diversi armenti con le loro stabulazioni e transumanze; ci sono i segreti di lavorazione tramandati nei secoli” (Calvino, Palomar).  Per lo sviluppo delle piccole realtà locali, che è lento, molecolare, conta soprattutto la qualità del contesto socio-istituzionale, la cittadinanza, l’intensità delle relazioni tra le istituzioni, la propensione all’azione collettiva, il capitale sociale. A sua volta la qualità del contesto condiziona il rendimento istituzionale e quindi le performances economiche. Non vi sono scorciatoie, tiene a sottolineare Cersosimo: occorre che le nostre azioni siano guidate dalla “matrice delle opportunità correnti”, perché sono le norme a determinare i comportamenti virtuosi. Dobbiamo convincerci che i contesti si possono cambiare. E’ possibile che sia necessario tarare più volte gli obiettivi, ridisegnare la progettualità,  rivedere le alleanze, le reti e le forme di cooperazione orizzontale e verticale. Occorre puntare al progetto e subordinare i finanziamenti al progetto e non viceversa, sperimentare prima di formalizzare perché il progetto risulti sostenibile. E’ essenziale riconoscere che le performance economiche sono condizionate dalla qualità del contesto socio-istituzionale, che  la qualità dei servizi e la civicness più che la ricchezza, sono percepite come segno di vivibilità di un territorio. Il docente calabrese ha concluso con un messaggio rivolto ai giovani dicendo “rimanete se questo è il vostro desiderio” e l’impegno della società locale sarà di trattenere tutti i ragazzi che vogliono restare assicurando loro una vita vera.

 

 

 

 

 

 

 

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