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Busto argenteo di San Bartolomeo

Arte

Busto argenteo di San Bartolomeo


Perseverare nelle fede, sentirla talmente in profondità da sacrificare la propria vita per seguire il difficile esempio del Cristo!

Gli apostoli rappresentano per la Chiesa degli eminenti martiri, uomini che hanno conosciuto il Figlio di Dio e, insieme, suggellato la loro fede con la morte, guadagnando la vita eterna.

Bartolomeo, santo patrono della nostra Benevento, è uno di loro.

Bartolomeo, Bar-Talamai, ovvero figlio di Talamai, fu apostolo a Cana di Galilea; dopo la Pentecoste predicò gli insegnamenti del Cristo e morì martire in Armenia. I racconti agiografici non sono tutti concordi sulla tipologia di martirio a cui il santo fu sottoposto: alcuni autori parlano di crocifissione, altri di scorticamento e decapitazione, altri ancora raccontano della sola decollazione. Intorno al 507 i resti mortali di Bartolomeo furono portati in Mesopotamia: la storia dai vaghi contorni narra che le spoglie del santo, chiuse in un sarcofago, siano state gettate in mare dai persiani e che, invece di affondare, abbiano miracolosamente raggiunto le coste dell’Isola di Lipari. Qui sarebbero state raccolte dal vescovo Agatone che, avvertito in sogno del prodigioso evento, avrebbe recuperato il sarcofago presso la baia di Portinente e dato degna sepoltura al corpo mortale di Bartolomeo erigendo una chiesa.

Nel “Chronicon Salernitani”, testo risalente al 978, si racconta di come Sicardo, principe longobardo, andava alla ricerca di reliquie di santi con l’intento di rafforzare il suo potere, calcando le orme del padre Sicone che, a suo tempo, aveva sottratto ai napoletani il corpo di san Gennaro. Con la tendenziosa scusa di volerlo preservare dalle violente incursioni dei Saraceni, Sicardo sottrae all’isola di Lipari il corpo di san Bartolomeo: ne predispone il trasferimento a Benevento attraverso un viaggio in mare con navi partite da Salerno. Benevento “ricevette alacremente il celeste patrono”, accolto in un tempio del tutto nuovo.

La storia delle reliquie di san Bartolomeo è controversa: secondo Leone Ostiense il corpo dell’apostolo venne richiesto da Ottone III; non potendo, i beneventani, rifiutare la richiesta, in accordo con l’arcivescovo cittadino, consegnarono all’imperatore le spoglie di Paolino da Nola. Scoperto l’inganno Ottone assediò Benevento senza però trarne grande giovamento. A questo punto della storia il destino delle reliquie di Bartolomeo diventa nebuloso.

Alla fine del ‘600 l’arcivescovo Orsini, futuro papa Benedetto XIII, ordinò una ricognizione delle spoglie dell’apostolo, rimaste indenni dopo il terribile sisma del 1688, nonostante il crollo della basilica a lui dedicata. Fermamente convinto della autenticità di quelle ossa, Orsini volle posizionarle definitivamente in una nuova basilica, appositamente costruita. Durante il XVII secolo la nuova basilica fu oggetto di grande interesse: abbellimenti e nuove costruzioni la resero uno scrigno prezioso, meritevole di accogliere l’apostolo martire. Di tanto fasto seicentesco oggi resta solo un prezioso busto reliquiario in argento. Frutto un preciso programma dell’arcivescovo orsini, il busto nasce dalla fusione “di certi argenti inutili” che danno vita ad una pregiatissima statua raffigurante l’apostolo. Austero e severo, ritratto in posizione frontale, l’apostolo di Cristo è rappresentato in un mezzo busto: nella mano sinistra, come da tradizionale iconografia, regge delicatamente un coltello in lega di rame dorato, simbolo inequivocabile del suo martirio, e nella destra un libro, su cui è posta la data del 1688. Le spalle sono coperte da un prezioso manto, inciso da una lavorazione floreale e al centro del petto trova posto una teca ovale, dal bordo interno argenteo e quello esterno decorato con volute in rame dorato, contenente la preziosa reliquia, mentre attorno campeggia la scritta “SANCTUS BARTHOLOMEUS APOSTOLUS BENEVENTANUS”. Il reliquiario unisce elementi fusi, come le mani e il capo, a parti a sbalzo che ritroviamo nel manto. L’autore dell’opera resta sconosciuto, in genere indicato con un anonimo argentiere napoletano, straordinariamente abile a lavorare con tecniche tipiche del Seicento barocco, come appunto la fusione e lo sbalzo. L’abilità tecnica dell’ignoto autore si unisce ad una evidente staticità della figura: sembra esserci un tentativo di ricercare movimento e naturalezza che, però, restano costretti nella resa di un panneggio pressoché immobile.

Il valore dell’opera è tutto nella sua semplicità, perfettamente connessa alla politica artistica di Orsini che, anche in questo caso, ricerca la virtù didascalica piuttosto che quella estetica.

Fabiana Peluso

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